Giovani italiani all’estero: tornare è possibile, ma servono stipendi alti e più merito
Il Rapporto Cnel fotografa una generazione altamente qualificata che non esclude il rientro a seguito di un’esperienza altrove, se ad attenderli ci sono opportunità professionali stimolantiI giovani tra i 18 e 34 anni che decidono di trasferirsi all’estero alla ricerca di posizioni lavorative migliori di quelle che potrebbero trovare in Italia sono ancora tantissimi. Secondo il Cnel, tra il 2011 e il 2024 sono stati 441mila i ragazzi che hanno lasciato il Paese, con un saldo negativo record di oltre 61 mila unità nel solo 2024.
Tornare in patria non è però un’ipotesi che i giovani escludono a prescindere. La scelta di costruire il proprio percorso professionale altrove non scarta infatti la possibilità di trovare un’occasione concreta al proprio rientro — una sorta di nuovo capitolo — capace di offrire condizioni di lavoro diverse, a partire da stipendi più competitivi e un sistema che riconosce competenze e merito.
È questo uno dei messaggi più significativi che emerge dal Rapporto del Cnel “Giovani Expat. Come farli tornare”, elaborato da REF Ricerche con Questlab sulla base di oltre 2.500 risposte di giovani italiani tra i 18 e i 34 anni residenti all’estero.
Il campione fotografato dal Cnel risulta, in realtà, particolarmente qualificato, con il 93% degli intervistati che possiede almeno una laurea, il 45% una laurea magistrale, il 22% un master, il 14% una laurea triennale e il 12% un dottorato. Il 58% inoltre ha dichiarato di aver lasciato l’Italia subito dopo gli studi, senza aver avuto un’esperienza lavorativa nel Paese. La maggior parte di loro vive oggi in Europa; nel dettaglio il 60% nell’Unione europea e il 27% in Paesi europei extra UE.
Alla domanda sulle condizioni necessarie per prendere in considerazione l'opzione del ritorno, la risposta più netta riguarda le retribuzioni, visto come l’83% degli intervistati giudica un consistente aumento dello stipendio una condizione “estremamente rilevante”.
Ancora più alta è la percentuale di persone che desidera poter trovare un’opportunità professionale adeguata al proprio profilo, l’88% dei partecipanti al sondaggio. Il 79% chiede una maggiore valorizzazione del merito; seguono gli incentivi al rientro, indicati dal 75%, e la possibilità di conciliare meglio vita privata e lavoro, dal 72%. Anche fattori come la disponibilità di alloggi accessibili e la qualità dei servizi pubblici vengono considerati importanti, rispettivamente dal 63% e dal 62% dei rispondenti.
Il quadro suggerisce quindi che non basterebbe un semplice incentivo economico per convincere un giovane a fare le valigie in direzione opposta. La vera sfida è rendere il mercato del lavoro italiano più competitivo e capace di offrire percorsi professionali stimolanti e coerenti con le competenze acquisite.
D’altro canto, le motivazioni che hanno spinto questi giovani a lasciare l’Italia raccontano, in parte, la stessa storia al contrario. Le basse retribuzioni sono indicate come estremamente rilevanti da circa quattro intervistati su cinque. A seguire emergono una cultura del lavoro percepita come arretrata, la scarsa valorizzazione delle competenze e la lentezza della burocrazia.
La fotografia fornita dal Cnel va però affiancata a un altro dato, ovvero il numero dei giovani che decidono di tornare, una cifra attualmente in crescita. Secondo il focus della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, tra il 2021 e il 2025 sono rientrati in Italia oltre 129mila connazionali dopo un periodo di studio o lavoro oltreconfine. Su 100 trasferimenti verso l’estero, i rientri sono stati 40 nell’ultimo quinquennio, contro i 31 del periodo 2015 - 2021 e i 26 del 2011-2015.
Il ritorno inoltre non deve essere necessariamente sinonimo di insoddisfazione. Oltre sette giovani rimpatriati su dieci dichiarano infatti di essere soddisfatti della propria situazione personale dopo il rientro, mentre il 53,5% considera il proprio impiego professionale alla pari o migliore rispetto a quello precedente. Il 31,7% dei rientri è diretto verso il Mezzogiorno, segnale che rappresenta come accanto alle ragioni strettamente professionali pesano anche fattori personali e familiari.
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