Le carceri minorili sono sempre più affollate, ma l’allarme della criminalità non cresce
L’ottavo Rapporto di Antigone indica un aumento di denunce dopo il Decreto Caivano, mettendo al centro dell’attenzione la percezione sociale distorta verso i giovaniL’associazione Antigone ha presentato a Roma l’ottavo Rapporto sulla giustizia minorile in Italia dal titolo “Io non ti credo più”, frutto dell’elaborazione di dati ufficiali e dell’osservazione diretta delle carceri, mettendo al centro dell’attenzione la recente progressiva crescita dei casi di detenzione giovanile e dei percorsi penali nei confronti degli adolescenti.
“Con onestà intellettuale bisognerebbe dire che non abbiamo un quadro esatto e univoco del fenomeno – precisa Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone e responsabile dell'Osservatorio sulla giustizia minorile –. Ma men che meno abbiamo un quadro che supporti l’idea di un’emergenza criminalità minorile. Non stiamo assistendo a un’esplosione della criminalità minorile, ma a un’espansione della reazione penale”. Il fenomeno, di fatto, non sembrerebbe trovare corrispondenza in un aumento reale della criminalità, ma piuttosto nella stretta repressiva introdotta da nuove norme giuridiche e nel clima di panico morale che si è creato nell’ultimo periodo attorno alla questione della sicurezza e dei giovani.
Al 31 dicembre erano oltre 572 i minori e giovani adulti rinchiusi negli Ipm, a fronte dei 381 del 2022, con un totale di ragazzi “in carico” al sistema della giustizia minorile pari a 17.027 – comprese misure alternative e comunità – che è cresciuto del 25% rispetto a quattro anni fa nello stesso periodo. “È evidente che a crescere è stata la risposta penale. Il Decreto Caivano ha segnato una svolta simbolica e sostanziale: ha ampliato le possibilità di intervento custodiale, irrigidito le misure cautelari e trasformato strumenti temporanei in percorsi spesso definitivi verso il carcere”, sottolinea Sofia Antonelli, ricercatrice di Antigone e altra curatrice del Rapporto. Il quadro italiano infatti non mostra un reale incremento di reati; ad esempio, gli omicidi tra gli under 18 restano stabili e il Paese continua ad avere uno tra i tassi europei più bassi di denunce per minori.
Nell’analisi dell’associazione, l’aumento delle detenzioni è quindi da ricondurre al Decreto Caivano, che non ha fatto che aumentare la stretta repressiva, allargando le possibilità di intervento custodiale e rendendo più rigide le misure cautelari, e la paura nei confronti dei giovani, che vengono per questo denunciati sempre più spesso.
Il rapporto sottolinea come la percezione mediatica e politica di una “emergenza criminalità minorile”, declinata anche in termini di allarme per le cosiddette baby gang o per i minori stranieri non accompagnati, ha contribuito ad amplificare una risposta di natura punitiva piuttosto che educativa e preventiva. In realtà, continua Antigone, i giovani stranieri – nonostante risultano sovra-rappresentati nei servizi residenziali e negli Ipm – commetterebbero reati meno gravi rispetto ai coetanei italiani. La maggiore attenzione repressiva nei loro confronti rifletterebbe invece soprattutto le loro condizioni di marginalità e fragilità sociale: “Non è solo una questione di reato, ma di marginalità. Più si attacca il sistema dell'accoglienza dei minori stranieri non accompagnati più le carceri si affollano. Lo abbiamo dimostrato coi numeri”, analizza Rachele Stroppa, curatrice del rapporto. “C’è bisogno – conclude Patrizio Gonnella – di fare un passo indietro, di tornare a quel modello educativo a cui l'Europa guardava con interesse, che mettendo i ragazzi al centro di un percorso educativo, tentava la strada del loro recupero, di un futuro possibile da costruire con loro, non accettando di perderli”.
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