Italia - Le acque “ascoltano” i terremoti: rafforzato il monitoraggio sismico nel Friuli

Le nuove stazioni idrogeochimiche automatiche vigileranno pozzi e sorgenti, migliorando la capacità di rilevare segnali precursori e comprendere i fenomeni geologici

Gemona del Friuli a seguito del terremoto del 1976

Monica Martini 08/06/2026 14:54

L’Italia, passo dopo passo, sta procedendo nella ricerca sul tema della prevenzione e nello studio dei terremoti. In particolare, grazie al potenziamento della rete di monitoraggio nel Nord-Est sarà possibile assistere a nuove scoperte legate ai processi sismogenetici che permetteranno di conoscere sempre meglio il funzianamento delle scosse. L’iniziativa, sviluppata attraverso la collaborazione tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs), prevede in Friuli Venezia Giulia, nell’ambito della rete nazionale Meet, l’installazione di nuove stazioni idrogeochimiche automatiche capaci di osservare non solo l’attività sismica, ma anche le variazioni delle acque sotterranee. Nel dettaglio, il progetto Meet (Monitoring Earth's Evolution and Tectonics) è una delle più importanti iniziative scientifiche finanziate dal Pnrr e coordinata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Il suo obiettivo è rinnovare e ampliare le infrastrutture di osservazione della terra in Italia, attraverso l’installazione di nuove reti di sensori, il potenziamento dei laboratori scientifici, la creazione di sistemi integrati per la raccolta e l’analisi dei dati geofisici. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha raccolto numerose evidenze che mostrano come le falde acquifere possano registrare alterazioni fisiche e chimiche in concomitanza con eventi sismici. Livelli idrici, temperatura, conducibilità elettrica e concentrazione di alcuni gas possono infatti subire variazioni legate ai movimenti della crosta terrestre. Per questo motivo le acque rappresentano un’importante fonte di informazioni per comprendere meglio i processi che precedono e accompagnano i terremoti. Il progetto prevede l’installazione di nuove stazioni di monitoraggio in aree strategiche delle regioni che sono caratterizzate da una significativa attività tettonica. I nuovi impianti saranno dotati di sensori di ultima generazione in grado di acquisire dati in tempo reale e integrarli con quelli provenienti dalla rete sismica già operativa. “Oltre alla misura dei parametri chimico-fisici delle acque e di quelli meteorologici, le stazioni possono essere implementate con strumenti per il monitoraggio continuo di parametri geochimici nelle acque, come la pressione parziale di anidride carbonica disciolta e la composizione dei gas disciolti, e in atmosfera e nei suoli, attraverso la misura dei flussi di anidride carbonica e della composizione chimica e isotopica dei gas”, spiega Antonio Caracausi, ricercatore dell’Ingv. L’intervento si inserisce nel più ampio sistema di sorveglianza dell’Italia nord-orientale, una delle aree più monitorate del Paese anche in virtù della memoria storica del terremoto del Friuli del 1976, che portò alla nascita e allo sviluppo del Centro di Ricerche Sismologiche dell’OGS. Da allora la rete di rilevamento è cresciuta costantemente, arrivando a comprendere decine di stazioni sismometriche, accelerometriche e geodetiche collegate in tempo reale con i centri di elaborazione dati. L’obiettivo non è prevedere con certezza i terremoti – traguardo che la scienza non è ancora in grado di raggiungere – ma migliorare la comprensione dei fenomeni geologici e affinare gli strumenti di valutazione del rischio. Il monitoraggio idrogeochimico mira a costruire modelli crostali fondamentale per l’interpretazione dei fenomeni naturali collegati alle scosse sismiche. L’integrazione tra dati sismici, geodetici e idrogeologici consentirà così di osservare il comportamento del sottosuolo con un livello di dettaglio senza precedenti.