Il mercato del lavoro italiano sembra aver imboccato una direzione diversa rispetto agli anni che precedevano la pandemia. A crescere non sono soltanto gli occupati, ma soprattutto i rapporti di lavoro a tempo indeterminato, mentre il ricorso ai contratti a termine si è progressivamente ridotto. Tra gennaio 2019 e maggio 2026 i dipendenti a tempo indeterminato sono aumentati di circa 1,8 milioni di unità, mentre i lavoratori a tempo determinato risultano diminuiti di circa 600 mila unità. Un andamento che, secondo l'analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, contribuisce a delineare un mercato occupazionale – almeno in parte – più stabile. Il quadro viene confermato anche da un'analisi realizzata dall'associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali su dati Eurostat. Nel 2019 i dipendenti con contratto a tempo determinato erano circa 3 milioni. Nel 2025 il numero è sceso a 2 milioni e 517 mila, con una riduzione di circa 483 mila persone, pari al 16,1%. Si tratta del valore registrato più basso dal 2016. La discesa, tuttavia, non è stata continua, visto come dopo il forte calo registrato nel 2020 a causa della pandemia, quando i contratti a termine sono tornati sopra quota 3 milioni, nel 2022 hanno dovuto affrontare un nuovo rallamento, tornando ad essere pari a 2,94 milioni nel 2023, 2,74 milioni nel 2024 e 2,52 milioni nel 2025. Per quanto riguarda il peso dei contratti temporanei sul totale dei dipendenti, dal 17% del 2019 si è passati al 13,6% nel 2025, con una diminuzione di 3,4 punti percentuali. Il dato suggerisce quindi che la crescita dell'occupazione dipendente degli ultimi anni sia stata sostenuta soprattutto dai rapporti permanenti. La fotografia più recente mostra comunque qualche elemento da monitorare. A giugno 2026 i lavoratori a tempo determinato sono saliti a 2,542 milioni, 91 mila in più rispetto a maggio e 33 mila in più rispetto a giugno 2025. Resta però difficile da capire se si tratti di un cambiamento strutturale oppure di un aumento legato alla stagionalità estiva. La riduzione del lavoro temporaneo riguarda anche i giovani. Tra i lavoratori tra i 15 e i 29 anni, la quota di dipendenti con contratto a termine è passata dal 48,1% del 2019 al 36,6% del 2025. Il calo è stato significativo sia tra gli uomini sia tra le donne. Rimane però una differenza importante di genere. Nel 2025 le donne rappresentavano circa 1,28 milioni dei lavoratori temporanei, contro 1,24 milioni di uomini. Tra le giovani donne l'incidenza del lavoro a termine è scesa dal 51,1% al 41,3%, mentre tra i giovani uomini è passata dal 45,9% al 33,2%. Anche considerando l'intera fascia 15-64 anni, il lavoro temporaneo di fatto continua a interessare maggiormente le donne: nel 2025 la quota era del 15,3%, contro il 12,2% tra gli uomini. Tra il 2023 e il 2026, secondo la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, a trainare la crescita dei contratti a tempo indeterminato sono stati in particolare i settori della manifattura e delle costruzioni, mentre hanno registrato miglioramenti anche l'occupazione femminile e quella nel Mezzogiorno. Sebbene questi segnali siano estremamente positivi, il mercato del lavoro italiano continua però a fare i conti con una debole dinamica salariale. Secondo gli ultimi dati Ocse citati nell'analisi, tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni reali dei dipendenti italiani sono diminuite dell'1,6%, mentre nello stesso periodo la media dei Paesi Ocse è cresciuta del 35%. La retribuzione media lorda dei dipendenti privati è invece arrivata a 27.649 euro, il 14,5% in più rispetto al 2019, ma l'aumento nominale non elimina il problema della perdita di potere d'acquisto registrata nel lungo periodo.