Se si facesse un giro nel modo chiedendo per che motivo l’Italia è famosa, la maggior parte delle persone intervistate farebbero riferimento al cibo e alla cucina. Tra l’arte, la poesia, le invenzioni e la religione, la gastronomi riesce sempre a farsi spazio e a farsi riconoscere come l’elemento che più descrive il nostro Paese. Con una grande tradizione culinaria e il patrimonio unico di sapori e materie prime, sono tanti quelli che provano a imitare le specialità italiane. Il Made in Italy rimane così l’eccellenza principale da tutelare nelle case. I prodotti ideati, lavorati e confezionati interamente in Italia hanno fatto nascere nei secoli scorsi brand che nel tempo sono diventati dei punti di riferimento anche per i consumatori di mezzo mondo. La ricerca “Made in Italy in the Social Media Age”, commissionata da Pulse Advertising all’istituto Eumetra su 2.541 consumatori in Usa, Regno Unito, Germania, Francia e Cina, dimostra come il cibo sia il secondo settore più ambito subito dopo il fashion, con il 36% del campione analizzato che si dichiara disposto a pagare di più per l’alimentare italiano, contro il 44% che lo farebbe per il fashion. Da Pechino, in realtà, ben il 93% degli intervistati afferma di essere disposto a pagare un prezzo più alto per i prodotti italiani - cibo compreso - contro il 65-74% dei mercati occidentali. In Germania il 70% dei tedeschi pagherebbe di più per qualsiasi bene certificato Made in Italy, con una percentuale del 43% che afferma che lo farebbe specificamente per il cibo italiano. Dati positivi provengono da tutti i Paesi, con una predisposizione alla spesa italiana del 64% nel Regno Unito, del 58% negli Stati Uniti del 57% in Francia. Il premium pricing, il metodo usato per mantenere artificialmente un prezzo più alto di un bene o un servizio rispetto al costo medio dello stesso bene simile presente sul mercato, risulta sempre più ottimale grazie alle competenze e alla capacità dei produttori di trasformare un’esperienza in racconto condiviso. La pasta al ragù, a livello mondiale, diventa “premium” nel momento che non viene più percepita come una pietanza fra le tante, ma come un vero e proprio segno di appartenenza a un immaginario in cui, in questo caso, l’Italia smette di essere geolocalizzata in un punto specifico sul mappamondo, ma diventa una realtà a cui aspirarsi. Il principale vettore che è stato capace di portare il Made in Italy nelle case di tutto il mondo sono i social media. Per molti stranieri le piattaforme digitali hanno avuto un ruolo determinante nella scoperta di nuovi brand e nell’acquisto stesso di prodotti italiani. Nel mercato cinese, il 58% dei consumatori ritiene che sono gli influencer a essere più efficaci dei canali ufficiali dei brand nel raccontare l’Italia. L’83% dichiara di fidarsi dei social, contro una media occidentale tra il 56% e il 57%, e il 94% riconosce che i loro contenuti incidono concretamente sulle scelte d’acquisto. Secondo Alberto Stracuzzi, market research director di Eumetra, ai creator vengono attribuiti tre ruoli chiave: garanti di qualità e autenticità, narratori dell’Italia autentica e ambasciatori dello stile di vita del Paese. Quando una persona mostra l’origine verificabile di un prodotto e ne racconta i rituali di consumo, il contenuto che pubblica riesce a raggiungere un “livello di fiducia” nel consumatore, capace di giustificare un prezzo “premium”. Alla richiesta di citare spontaneamente i brand associati al Made in Italy, accanto a nomi come Armani, Prada e Ferrari, Barilla è l’unico marchio alimentare a salire sul podio in tutti i Paesi analizzati, con risultati particolarmente forti in Cina. Nel comparto seguono Lavazza, soprattutto in Regno Unito e Francia, e Ferrero.