Quindi si ritorna a casa, con la coda tra le gambe e la consapevolezza che non ci sarà un’Italia neanche questa volta al Mondiale. Messico-USA-Stati Uniti sarà la terza rassegna iridata senza la presenza degli Azzurri. Un danno di immagine incredibile, che però si va a sommare alle tante altre magre figure vissute dal movimento negli ultimi anni. È la conferma di una situazione che, anziché migliorare, continua a peggiorare: noi restiamo fermi mentre gli altri corrono. La vera tristezza però è un’altra: in Italia è diventata un’abitudine non andare al Mondiale.
Un’intera generazione senza Mondiali
Fa sorridere mestamente il fatto che l’Italia calcistica si sia ridotta a fare i calcoli matematici non per passare da prima o seconda il girone della fase finale del Mondiale, ma per qualificarsi. Una volta alla competizione il nostro nome era già iscritto prima: era l’abitudine parteciparvi. Tutto si è ribaltato, la normalità è non andare ai Mondiali. A subirne le conseguenze sarà anche quell’intera generazione che non ha mai visto una competizione così bella: il sapore delle “Notti magiche” di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, i ritrovi al bar o tra amici con le bandiere tricolore, l’esultanza genuina ai gol dei giocatori azzurri, la brezza estiva che soffia… perché in estate è tutto più bello, e anche un Mondiale con l’Italia è ancora più emozionante. Ma quella sensazione, ormai, è sparita da dodici anni.
Svezia, Macedonia del Nord e infine Bosnia: non sono episodi
Uno stop sbagliato, una deviazione sfortunata, un fischio che non arriva o un tocco di mano: il calcio è fatto anche di episodi, e non lo scopriamo certo oggi, con la terza mancata qualificazione dell’Italia. Eppure, siamo ancora qui a parlare di ambienti infuocati, giocatori con il “sangue agli occhi” e del pessimo trend azzurro negli spareggi. Una narrativa che spinge a credere che l’Italia sia stata condannata solo da fattori esterni. Gli altri sono stati più fortunati? Difficile crederlo: se manchi l'appuntamento per tre volte consecutive, il problema è strutturale. In maniera cinica e quasi kafkiana, ci stiamo riscoprendo inferiori a queste selezioni non solo sul piano tecnico, ma soprattutto su quello mentale.
E ora?
Il giorno dopo fa ancora più male. Non solo perché è la prima volta nella storia che una Nazionale campione del mondo fallisce la qualificazione per tre edizioni consecutive, ma perché questo sancisce l’inevitabile ingresso dell’Italia nel "Terzo Mondo" calcistico. Ci specchiamo nel racconto di un movimento sano e funzionale solo perché alcuni club sono andati avanti nelle coppe europee, dimenticando però le delusioni cocenti raccolte nelle finali (eccezion fatta per l’Atalanta). Parliamo di giovani e del coraggio di lanciarli, ma alla fine preferiamo il parametro zero d'esperienza, condannando i nostri talenti all'ingarbugliata e fumosa via dei prestiti. Mentre noi esultiamo per un Pisilli titolare nella Roma, altrove si lavora già stabilmente con i sedicenni. Si discute di snellire il campionato a 18 squadre senza mai attuare una vera riforma, anche se qui i pareri sono discordanti. Si parla tanto e si raccoglie poco, con buona pace di chi un Mondiale non sa nemmeno cosa sia.