Dieci medici della Asl Roma 1 sono indagati per rifiuto e omissione di atti d’ufficio nell’ambito del procedimento legato alla vicenda di Sibilla Barbieri, attrice e regista romana affetta da una patologia oncologica irreversibile. La Procura aveva chiesto l’archiviazione dell’indagine, ma la giudice per le indagini preliminari, Marisa Mosetti, ha accolto l’opposizione presentata dalla famiglia e fissato per il prossimo 16 dicembre l’udienza nella quale dovrà essere deciso il futuro del procedimento. A dicembre il gip potrà confermare l’archiviazione, disporre ulteriori indagini oppure disporre il rinvio a giudizio dei sanitari. Si tratta di un passaggio giudiziario particolarmente delicato, perché il procedimento rappresenta, sotto diversi profili, un caso inedito nel dibattito italiano sul suicidio medicalmente assistito. Per la prima volta, infatti, dei medici vengono chiamati in causa in relazione al mancato accesso alla procedura. La vicenda risale all’estate del 2023. Il 2 agosto, Sibilla Barbieri aveva chiesto alla Asl Roma 1 di verificare le proprie condizioni di salute alla luce dei requisiti individuati dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 242 del 2019, la cosiddetta sentenza Cappato-Antoniani. La Consulta aveva individuato una specifica area di non punibilità dell’aiuto al suicidio per le persone affette da una patologia irreversibile, sottoposte a trattamenti di sostegno vitale, esposte a sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili e capaci di assumere decisioni libere e consapevoli. Nel caso di Barbieri, il Comitato etico aveva espresso un parere favorevole, mentre la Commissione aziendale della Asl aveva ritenuto non soddisfatto il requisito relativo alla dipendenza da un trattamento di sostegno vitale. Da qui il diniego all’accesso alla procedura in Italia. Secondo la famiglia, però, la situazione clinica della donna era successivamente peggiorata in maniera significativa. Erano infatti stati prodotti certificati che documentavano, tra l’altro, la dipendenza dall’ossigenoterapia e il ricorso a farmaci antidolorifici ad alto dosaggio. Il punto centrale dell’opposizione all’archiviazione è proprio questo: secondo i familiari, di fronte al peggioramento delle condizioni della paziente, la Asl avrebbe dovuto procedere a una nuova e tempestiva valutazione, che invece non sarebbe mai stata effettuata. Dopo il diniego e in assenza, secondo quanto riportato dalle fonti, di una nuova valutazione delle sue condizioni, Barbieri decise di recarsi in Svizzera, dove morì il 31 ottobre 2023. Fu accompagnata dal figlio Vittorio Parpaglioni e dall’ex senatore Marco Perduca, con l’aiuto di Marco Cappato. I tre si erano successivamente autodenunciati per l’accompagnamento; i procedimenti a loro carico sono stati archiviati lo scorso aprile. L’indagine sui medici è nata dalla denuncia presentata dalla famiglia, che contesta alla Asl non tanto l’esito della prima valutazione, quanto il mancato aggiornamento della stessa di fronte al peggioramento delle condizioni della paziente. È su questa distinzione che si concentra ora il procedimento giudiziario. La vicenda riporta così al centro una questione che in Italia rimane giuridicamente complessa. La Corte costituzionale ha stabilito nel 2019 che, in presenza di determinate condizioni, l’aiuto al suicidio non è punibile, ma ha anche auspicato un intervento organico del legislatore. La sentenza affida inoltre al Servizio sanitario nazionale la verifica delle condizioni richieste e prevede il coinvolgimento del comitato etico competente. È proprio l’assenza di una disciplina legislativa nazionale organica a rappresentare uno dei nodi più problematici del caso. L’inchiesta si inserisce infatti in un quadro nel quale i medici devono muoversi tra i principi stabiliti dalla Consulta e l’assenza di una normativa parlamentare complessiva, con il rischio di trovarsi esposti a conseguenze giudiziarie anche in relazione a decisioni assunte in un contesto normativo complesso. Dall’altra parte, la famiglia Barbieri e l’associazione Luca Coscioni sostengono che proprio l’assenza di una procedura chiara non possa tradursi in ritardi o in una lettura restrittiva dei diritti riconosciuti dalla Corte costituzionale. La questione, quindi, non riguarda soltanto ciò che accadde a Sibilla Barbieri, ma anche il rapporto tra autodeterminazione del paziente, responsabilità dei sanitari e ruolo della magistratura in una materia ancora priva di una disciplina legislativa organica. Il 16 dicembre sarà quindi una data importante: la decisione del gip stabilirà se confermare l’archiviazione o consentire la prosecuzione del procedimento, attraverso ulteriori indagini o il rinvio a giudizio degli indagati.