Italia - Bimbo morto a Napoli: convalidato il fermo a Mariano Cannio

Alla luce delle dichiarazioni rese dall'uomo nell'immediatezza dei fatti e della lucida ricostruzione dell'episodio, il gip del Tribunale di Napoli Valentina Gallo ha disposto la custodia cautelare in carcere dell'indagato

Napoli

Redazione 21/09/2021 12:12

 
Novità sulla tragedia del bimbo di 3 anni precipitato dal balcone a Napoli venerdì scorso: ieri è stato convalidato il fermo a Mariano Cannio e ci sarebbero state anche parziali ammissioni sull’omicidio, in sede di interrogatorio davanti al PM.
Il gip di Napoli Valentina Gallo ha convalidato il fermo al 38enne accusato dell’omicidio del piccolo Samuele. L’uomo è attualmente in custodia cautelare in carcere.
 
Gli ultimi sviluppi del caso
Mariano Cannio è l'uomo di 38 anni che svolgeva lavori di pulizia nella casa di Samuele e il piccolo si trovava con lui e sotto la sua sorveglianza al momento del fatto (quando è precipitato dal balcone della sua abitazione al terzo piano, morendo sul colpo). Il gip del Tribunale di Napoli, Valentina Gallo, ha deciso per la convalida del fermo dell’indiziato: proprio ieri mattina Cannio si è recato in udienza davanti al magistrato.
Il dramma del piccolo Samuele e della sua famiglia si consuma nella mattinata di venerdì 17 settembre, quando il bambino, tre anni, precipita improvvisamente dal balcone della casa nella quale vive con i genitori, in via Foria, all'angolo con via Piazzi, non molto lontano dalla Stazione Centrale di Napoli. I soccorsi sono arrivati tempestivamente, ma per il piccolo non c'è stato nulla da fare. Sulla morte di Samuele è stata aperta immediatamente una inchiesta ed è stata disposta anche l'autopsia.
 
Le prime indagini e i dubbi sul racconto di Cannio
Gli uomini della Squadra Mobile di Napoli dopo quanche ora dal fatto, hanno fermato un uomo, il 38enne Mariano Cannio, che nella casa svolgeva lavori da domestico: per gli inquirenti, infatti, il parapetto del balcone è troppo alto perché un bambino di soli tre anni potesse scavalcarlo da solo. Sottoposto a fermo sabato 18 settembre, Cannio nel primo interrogatorio aveva confermato la sua presenza in casa al momento della morte di Samuele, negando però fermamente di averlo gettato di sotto. Cannio ha sempre raccontato di aver avuto un capogiro e che avrebbe lasciato cadere il bambino non volendo: l’indagato avrebbe lasciato la presa perché gli sarebbe mancata la forza nelle braccia e Samuele sarebbe caduto così nel vuoto.
Si sarebbe trattato di una tragedia causata da un incidente, insomma, dovuto ad un malore arrivato nel peggior momento possibile.
Per il gip, Mariano Cannio ha invece fatto cadere volontariamente il bambino dal terzo piano del palazzo di via Foria: la versione del capogiro non è ritenuta credibile per la lucidità con cui l’indagato ha raccontato quei momenti e per il tentativo di fuga dallo stesso posto in essere subito dopo l’accaduto.
In ogni caso, il movente del gesto non è chiaro e forse non lo sarà mai, ma per gli inquirenti l'uomo ha lasciato volontariamente cadere il bambino.
 
La ricostruzione della volontarietà del fatto
Mariano Cannio non si è costituito ma, con uno stratagemma, è stato stanato dagli uomini della squadra mobile di Napoli dall'abitazione in cui si era nascosto. Subito dopo il fermo l’uomo ha reso delle dichiarazioni al pm e in presenza del difensore d'ufficio, poi sostituito con un avvocato di fiducia. 
L’episodio della caduta dal balcone del piccolo Samuele inizialmente era stato trattato come “incidente”: si credeva che il piccolo si fosse arrampicato sulla ringhiera mentre la madre, incinta al nono mese, era in un'altra stanza. Gli inquirenti hanno capito quasi subito però che quella ringhiera, alta circa un metro, difficilmente poteva essere scavalcata da un bambino così piccolo.
 
Poco dopo però, gli inquirenti hanno appreso della presenza di un’altra persona all’interno dell’appartamento al momento del fatto. All'ospedale dei Pellegrini, dove Samuele moriva dopo una corsa disperata in autoambulanza, gli agenti della Mobile hanno infatti ascoltato la madre e la zia del bambino e hanno saputo che in quelle ore nell'abitazione c'era anche un'altra persona. Si trattava di un giovane italiano, calvo, che si arrangiava facendo le pulizie in case e negozi della zona.
L’uomo si era presentato qualche giorno prima nel garage dove lavora il padre di Samuele e aveva chiesto se ci fosse bisogno di lui lì o magari in casa. Lo conoscevano soltanto per nome: Mariano. E di lui non c'era più traccia: dopo l’incidente si era dileguato, nessuno lo aveva visto.
Sono partite allora le ricerche. Gli investigatori sono risaliti al cognome e da Facebook hanno ricavato la faccia. Sono andati nell'appartamento dove risultava abitare ma senza trovarlo. Così lo hanno cercato nella casa dei genitori, in un vicoletto del rione Sanità. Hanno individuato il palazzo, ma sulle porte non c'erano targhette.
Hanno usato uno stratagemma: hanno preso una bolletta dell'Enel dalla sua cassetta delle lettere e, fingendo di averla trovata in strada, hanno chiesto agli altri residenti dove abitasse con la scusa di volerla consegnare al diretto interessato. Una volta individuato anche l'appartamento, però, non rispondeva nessuno. Così hanno infilato la bolletta sotto la porta e, dopo cinque minuti, l'hanno vista sparire. A quel punto si sono attaccati al campanello finché Cannio non ha aperto.
Alle domande degli investigatori, Cannio ha riposto confermando di essere stato in quella casa. E ha raccontato anche quello che era successo in maniera lucida e dettagliata: si era sporto sul balcone col bambino in braccio e lo aveva fatto cadere. A quel punto, emersi gli elementi di reato, il Cannio è stato sottoposto ad interrogatorio, davanti al pm Barbara Aprea e in presenza dell'avvocato difensore. E anche allora il 38enne ha ammesso: era stato lui a far cadere Samuele dal terzo piano. Con una precisazione, però: aveva avuto un capogiro e per questo non era riuscito a reggerlo.
Nel raccontare l’episodio, Cannio ha precisato che la madre del bambino si trovava in quel momento in bagno e lui lo aveva preso in braccio perché voleva prendere delle merendine da uno scaffale alto della cucina. "Mi ha detto che dopo sarebbe andato a giocare a calcio e io gli ho raccomandato di fare goal", ha ricordato l’indagato. Poi, sempre col bambino in braccio, era andato sul balcone. "In prossimità della ringhiera ho avuto un capogiro. Mi sono affacciato dal balcone mentre avevo il bambino in braccio perché udivo delle voci provenire da sotto, a questo punto lasciavo cadere il bambino di sotto" ha concluso l'uomo.
 
La versione dell’indagato non è ritenuta credibile
Per i giudici si tratta però di omicidio volontario.
La versione del capogiro non è però ritenuta credibile dai magistrati, alla luce di quello che è successo dopo. I dubbi nascono proprio dal racconto di Cannio che - come rileva il gip Valentina Gallo nell'ordinanza di convalida del fermo - è stato in grado di raccontare con lucidità quello che era successo prima e quello che è successo subito dopo. Non è credibile, cioè, che abbia avuto un malore così intenso da fargli cadere il bambino ma limitato soltanto a quei pochi istanti. E il capogiro non spiegherebbe nemmeno il motivo per cui ha portato il bimbo in braccio sul balcone, esponendolo a un pericolo grave che poi si è concretizzato.
Cannio ha aggiunto altre dichiarazioni al racconto del fatto: subito dopo sarebbe fuggito via perché si sarebbe sentito in colpa e responsabile della caduta del bambino e quindi aveva paura delle conseguenze.
L’indagato sarebbe tornato nel rione Sanità, fermandosi a mangiare una pizza, "infatti avevo una fame nervosa scaturita dalla paura". È tornato a casa, si è steso sul letto e ha pensato a quello che era successo, per poi uscire, fermarsi in un bar di via Duomo, prendere cornetto e cappuccino e alla fine tornare nell'abitazione dove è stato trovato dagli agenti.
Nel corso dell'interrogatorio di sabato scorso Cannio ha riferito di essere in cura nel centro di igiene mentale di via Santa Maria Antesaecula, nel Rione Sanità, che il medico gli ha diagnosticato la schizofrenia e gli ha prescritto una terapia che stava osservando; non avrebbe però detto di questa sua patologia alla famiglia del bambino. Durante l'udienza di convalida del fermo di ieri, invece Mariano Cannio si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Il gip ha convalidato la misura del fermo e disposto la custodia in carcere, visto il concreto pericolo di fuga dell’indagato (alla luce del suo allontanamento dal luogo della tragedia e del tentativo maldestro di non farsi trovare dalle forze dell'ordine). L'uomo è ristretto nel reparto per pazienti con problemi psichiatrici della casa circondariale di Poggioreale. Disposto un accertamento tecnico sulle sue condizioni mentali.

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