Italia - L’oro italiano al centro di un nuovo dibattito: proprietà e rischi dell’emendamento di FdI

Le riserve auree si preparano a diventare “patrimonio dello Stato”. Non mancano però i dubbi riguardanti la stabilità finanziaria e l’equilibrio con l’Europa

Monica Martini 28/11/2025 15:00

Da poco il dibattito sulle riserve auree italiane si è trovato ad affrontare una svolta significativa. Con l’emendamento discusso nella legge di bilancio 2026 - promosso da Fratelli d’Italia e firmato dal capogruppo Lucio Malan - si stabilisce ora che l’oro custodito da Banca d’Italia “appartiene allo Stato, in nome del popolo italiano”. Si tratta di una definizione, che sembrerebbe apparentemente indicare una sorta di passaggio dell’oro “alla patria”, ma che di fatto rappresenta formalmente un cambio di attribuzione: ciò che fino a ieri era registrato come attività di una banca centrale diventa patrimonio dello Stato. Dal punto di vista finanziario le riserve auree hanno funzioni molto delicate, in quanto non possono essere definite semplici “cassetteforti di valore”, poiché figurano come garanzia per la stabilità finanziaria e monetaria, capaci di rivelarsi fondamentali nei momenti di crisi, a tutela della credibilità internazionale del Paese e del valore dell’euro. In altre parole, l’oro esiste per dare forza e fiducia, e non per essere “speso”. Ecco perché molti analisti, economisti ed esponenti del mondo politico guardano con sospetto all’emendamento. Anche se nel testo non si parla esplicitamente di vendita dei lingotti, il solo fatto di dichiararli “disponibili” per lo Stato apre scenari preoccupanti, come quello della vendita di una parte dell’oro per finanziare spese pubbliche o ridurre il debito, una scelta che andrebbe a invalidare il ruolo di garanzia che quell’oro ha sempre avuto, con potenziali ricadute negative sulla fiducia dei mercati e sulla stabilità della moneta. Un ulteriore nodo riguarda i vincoli europei, visto che nonostante sia inteso che le riserve esistano per il beneficio nazionale, esse formalmente sono registrate nel bilancio della Banca d'Italia, che nell’ambito della struttura dell’Eurosistema, opera con una certa autonomia. Usare l’oro come risorsa fiscale o trasferirlo al bilancio dello Stato in forma “disponibile” rischierebbe di contraddire le regole di base della gestione delle riserve, con il pericolo di gravi ripercussioni sulla fiducia nell’euro e nelle istituzioni europee. Dietro la mossa dell’emendamento c’è però anche un forte valore simbolico. Dichiarare ufficialmente che “l’oro è del popolo” si può tradurre in un potente gesto politico rappresentativo in un’Italia che cerca stabilità, identità economica e sovranità in tempi incerti. Ma simbolismo e retorica rischiano - come spesso accade - di scontrarsi con la concretezza dei mercati, la finanza internazionale e le regole sovranazionali.