Italia - La vita lavorativa in Italia resta tra le più brevi d’Europa

Nel 2025 il Paese migliora di poco, ma rimane penultimo davanti alla Romania. Il divario con la media europea raggiunge i 4,5 anni e il gap è ancora più marcato per le donne

Monica Martini 17/08/2026 14:02

Sebbene l’Italia sia uno dei Paesi europei in cui si vive più a lungo, per quanto riguarda la permanenza nel mercato del lavoro la situazione cambia sensibilmente. Nel 2025 la durata attesa della vita lavorativa degli italiani si è fermata a 33 anni, il secondo valore più basso dell’Unione europea dopo la Romania. La media Ue raggiunge invece i 37,5 anni, con un divario di 4,5 anni. A evidenziare il dato è un’analisi della Cna, secondo cui il miglioramento registrato nell’ultimo anno è stato molto contenuto. Nel 2024 la durata attesa della vita lavorativa italiana era infatti di 32,8 anni; quindi in dodici mesi l’aumento è stato di poco superiore ai due mesi, mentre nell’Unione europea la crescita è stata di circa tre mesi, da 37,2 a 37,5 anni. Il distacco dell’Italia emerge ancora più chiaramente osservando le principali economie dell’Unione. In Germania la vita lavorativa attesa arriva a 40,2 anni, mentre in Francia raggiunge 37,5 anni e in Spagna 36,8. Il valore più elevato tra i Paesi citati è quello dei Paesi Bassi, dove si arriva a 44 anni: ben 11 anni in più rispetto all’Italia. Il dato assume particolare significato facendo riferimento al 2015, quando la durata attesa della vita lavorativa italiana era di 30,7 anni. In dieci anni è quindi cresciuta di 2,3 anni. Nello stesso periodo, però, la media europea è passata da 34,9 a 37,5 anni, aumentando di 2,6 anni. Il risultato è che il ritardo italiano rispetto alla media Ue non si è ridotto, ma è passato da 4,2 a 4,5 anni. Uno degli aspetti più critici riguarda la condizione delle donne. Nella nostra nazione la durata attesa della vita lavorativa femminile è di 28,4 anni, contro i 35,4 anni della media europea. Il divario tra uomini e donne arriva così a 8,9 anni, il più ampio registrato nell’Unione. Un dato che si inserisce in un quadro caratterizzato da una partecipazione femminile al mercato del lavoro ancora bassa, con un tasso di occupazione delle donne in Italia che si attesta al 58%, quasi 13 punti al di sotto della media europea. La minore partecipazione si traduce in percorsi professionali mediamente più brevi e spesso caratterizzati da interruzioni. La durata della vita lavorativa non va interpretata semplicemente come il numero di anni che separano l'ingresso nel mondo del lavoro dalla pensione. L'indicatore utilizzato dalla Cna stima infatti quanti anni una persona di 15 anni può aspettarsi di trascorrere nella forza lavoro, considerando sia i periodi di occupazione sia quelli di disoccupazione, sulla base delle condizioni demografiche e dei livelli di partecipazione al mercato del lavoro. Non coincide quindi né con l’età pensionabile né con gli anni effettivamente lavorati senza interruzioni. A pesare sul risultato italiano sono soprattutto l’ingresso tardivo dei giovani nel mercato del lavoro, la discontinuità delle carriere e la bassa partecipazione femminile. Percorsi di studio più lunghi, difficoltà nella transizione dalla formazione all’occupazione e periodi di inattività o disoccupazione contribuiscono a ridurre il numero complessivo di anni trascorsi nella forza lavoro. Il dato sulla durata della vita lavorativa assume un rilievo particolare in un Paese caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione. A fronte di una popolazione che vive a lungo, un numero relativamente ridotto di anni trascorsi nel mercato del lavoro significa anche una base contributiva più contenuta e una maggiore pressione sui sistemi previdenziali. La fotografia scattata nel 2025 racconta quindi un’Italia che ha fatto qualche passo avanti rispetto al passato, ma che continua a perdere terreno rispetto alla media europea. 33 anni contro 37,5 non rappresentano soltanto una differenza statistica, ma sono il risultato di difficoltà strutturali che riguardano l’accesso dei giovani al lavoro, la continuità delle carriere e, soprattutto, la partecipazione delle donne.