L’Unione Europea ha dato il via a una svolta significativa nella politica migratoria: sono stati avviati i negoziati sulla direttiva rimpatri, con la possibilità di aprire hub fuori dal territorio dell’Ue per la gestione dei migranti irregolari. Una direzione che, secondo diversi osservatori e forze politiche, rappresenta un riconoscimento della linea promossa dal governo italiano guidato da Giorgia Meloni. Con 389 sì, 206 no e 32 astenuti, il Parlamento europeo ha deciso di passare alla fase successiva del processo legislativo per adottare un aggiornamento della politica in materia di rimpatrio dei cittadini provenienti dall’estero che soggiornano irregolarmente nell’Unione. L’obiettivo è di consentire procedure più veloci e introdurre strumenti più incisivi contro chi non ha permessi per rimanere nelle terre dell’Unione. Tra le novità principali, sembra farsi strada la possibilità di trattenere i migranti fino a 24 mesi e di rimpatriarli non solo nei Paesi d’origine ma anche in Stati terzi considerati “sicuri”, con la creazione di veri e propri “return hubs” fuori dai confini europei. Si tratta di un cambiamento rilevante, in quanto finora solo una minoranza degli espulsi lasciava effettivamente il territorio europeo. L’obiettivo dichiarato è rendere il sistema più credibile e funzionante, rafforzando al tempo stesso il controllo delle frontiere. In questo contesto si inserisce il cosiddetto “modello Albania”, promosso dall’Italia, che prevede la realizzazione di centri per migranti in territorio extra-Ue dove esaminare le richieste d’asilo e procedere eventualmente al rimpatrio. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, l’Europa avrebbe mostrato un crescente interesse per questa soluzione, considerata “innovativa” anche da esponenti della Commissione europea. Secondo l’europarlamentare Nicola Procaccini, co-presidente dei conservatori “la linea del governo Meloni è diventata la linea europea sulla dimensione esterna della migrazione. È un passaggio importante per rendere i rimpatri più efficaci, rafforzare il controllo dei confini e dare all’Europa una politica migratoria finalmente più credibile. I cittadini si aspettano azioni decise, e noi le stiamo fornendo. Chiunque non abbia il diritto di rimanere nell’Ue deve andare via”. La maggioranza che ha sostenuto il provvedimento si compone dai gruppi del centrodestra europeo e della destra più radicale - partito popolare europeo, conservatori e riformisti, patrioti - insieme ad altre forze dell’area sovranista. Tra gli italiani hanno votato a favore FdI, FI, Lega e Futuro Nazionale, mentre si sono schierati per il “no” Pd, M5S, Avs e Azione. L’eurodeputata socialista Cecilia Strada del Pd ha dichiarato con sdegno: “Le scene che abbiamo condannato negli Stati Uniti potrebbero diventare realtà anche in Europa. Quello sui rimpatri è un regolamento che andrebbe chiamato ‘regolamento deportazioni’: non si tratta più solo di rimpatriare le persone, ma potenzialmente di inviarle in qualsiasi Paese terzo. Paesi che i governi europei pagheranno per questo, con tutte le conseguenze del caso. Oggi la destra italiana ha votato per consentire il trattenimento fino a due anni anche per famiglie con bambini e minori non accompagnati, e per trasferirli in Paesi che magari non hanno mai visto”. Prima del voto, una rete composta da venti organizzazioni della società civile italiana, tra cui Caritas, Centro Astalli, Arci, Terre des Hommes e Cir, avevano presentato un appello firmato per respingere il testo, in nome dei diritti dei minori, denunciando le possibili violazioni dei diritti fondamentali dei migranti.